come gestire i risvolti sociali della transizione net zero

Climate Change, lo scontro tra la E e la S

9 Mar 2022
Notizie ESG Governance Commenta Invia ad un amico
Il percorso low carbon di una società può essere messo a rischio dalla mancata considerazione delle implicazioni sui dipendenti. Per evitare uno stallo (e perseguire una just transition) è bene agire su pacchetti retributivi bilanciati tra ambientale e sociale e migliorare la disclosure degli impatti e dei rischi sociali.

Sebbene il climate change sia uno dei temi ai vertici dell’agenda politica mondiale e le aziende siano tra gli attori principali nel cambiamento verso la decarbonizzazione dell’economia, mettere a terra strategie net zero potrà avere effetti collaterali non trascurabili sui dipendenti, soprattutto in certi settori come l’energia. E questo lascia prevedere uno scontro tra i tre pilastri (envionmental, social e governance) della sostenibilità, in cui uno potrebbe mettersi di traverso agli obiettivi dell’altro. Il tema è oggetto dell’analisi The Clash Of ‘E’ and ‘S’ of Esg: Just Transition on the path to Net Zero and the implications for Sustainable corporate governance and finance, firmata da Alperen A. Gözlügöl e pubblicata dal Leibniz Institute for Financial Research Safe. Secondo lo studio, «i dipendenti (la S) potrebbero essere lo stakeholder che pone il blocco maggiore a questa transizione». E a fronte di questo “scontro” tra E e S,  la transizione verso il net zero potrebbe non essere per alcune società la strategia più utile da massimizzare.

L’autore ricorda come le esperienze del passato mostrino che le preoccupazioni ambientali e gli interessi dei lavoratori non siano sempre conciliabili, e che la governance orientata ai lavoratori non sempre porti al miglior risultato per l’ambiente.

Questi  potenziali conflitti tra stakeholder e le ramificazioni per il ritmo della transizione net zero offrono delle riflessioni in tema di corporate governance, specialmente in relazione ai doveri degli amministratori e della remunerazione degli esecutivi, in tema di disclosure di sostenibilità, di engagement degli investitori istituzionali e di green finance. Ci si concentra qui sui primi due degli aspetti trattati nello studio, rimandando al documento integrale per gli altri.

LA REMUNERAZIONE DEGLI ESECUTIVI

In tema di corporate governance, lo studio rileva come le modalità con cui sono disegnati  i pacchetti remunerativi degli esecutivi e i doveri dei consiglieri di amministrazione potrebbero portare con sé differenti implicazioni per rispondere ai potenziali conflitti nella decarbonizzazione delle società. L’autore rileva come sia complesso comprendere quale sia la migliore situazione per gestire la transizione in termini di doveri dei consiglieri di amministrazione. Il mandato a bilanciare gli interessi degli stakeholder potrebbe lasciar pensare che le società siano meglio in grado di gestire le implicazioni sociali della transizione net zero. Tuttavia, fa notare, «è possibile anche che il bilanciamento dei differenti interessi sia troppo difficile e il processo della transizione arrivi a un punto di stallo».

Più che l’orientamento dei “director’sduty” si rileva determinante la costruzione dei pacchetti degli incentivi ai manager: «Finché gli incentivi dei manager – rileva Gözlügöl  – rimangono allineati con gli interessi degli shareholder, l’orientamento dei doveri dei consiglieri non crea molta differenza». Ci sono certamente differenti scenari. Uno dei quali potrebbe anche prevedere che, nel caso di allineamento degli incentivi solo con gli interessi degli azionisti, gli amministratori riescano a gestire le implicazioni sociali della transizione negoziando con la forza lavoro in modo da attuare un piano di decarbonizzazione in linea con la creazione di valore per gli azionisti (affrontando quindi il rischio della transizione). Non è però un esito scontato, in particolare se i dipendenti non hanno potere negoziale. Nel caso, invece, si leghino gli incentivi ai soli parametri della transizione net zero, bisogna stare attenti che ciò non si trasformi in un’arma a doppio taglio nei confronti del bilanciamento degli interessi con la parte social: «se i manager sono finanziariamente incentivati a portare avanti la transizione net zero – scrive l’autore -, sono anche incentivati a entrare in un negoziato Coasiano e fare ai lavoratori delle concessioni per accelerare la transizione. Ma, se invece possono permetterselo (perché i lavoratori non hanno forza contrattuale), potrebbero focalizzarsi esclusivamente sul lato ambientale della transizione senza considerare gli impatti sociali. Se desiderato, questo risultato può essere raggiunto disegnando le componenti della remunerazione degli esecutivi in un modo più ampio che combini sia gli aspetti sociali sia ambientali della transizione net zero della società».

LA DISCLOSURE

Alle società è sempre più chiesto di fare disclosure dlele informazioni climate-related. Queste informazioni il più delle volte consistono in dati ambientali come le emissioni e gli impatti sugli obiettivi net zero. Eppure, rileva Gözlügöl, «una disclosure collegata dovrebbe considerare se e fino a che punto le società identifichino e affrontino gli impatti sociali della loro transizione net-zero». Questo riguarda infatti la disclosure dei rischi climate-related: se ci sono frizioni tra le iniziative climatiche e l’interesse dei dipendenti, ci può essere il rischio che il percorso della transizione venga rallentato o arrivi a uno stallo. In altri termini, si amplifica il rischio della transizione e da questa prospettiva si comprende come anche le implicazioni sociali diventino rilevanti. È anche vero, fa notare l’autore nello studio uscito a novembre 2021, che i framework correnti come il Tcfd non coprono nello specifico questo aspetto, così come le altre iniziative sulla trasparenza del reporting non sembrano considerarlo. Il riferimento dell’autore è agli standard generali Sasb e Gri mentre iniziano a esserci sviluppi in tal senso negli standard di settore Gri (per esempio nelle linee guida di settore sul carbone). Per quanto riguarda la proposta di direttiva europea Corporate Sustainability Reporting Directive (Csrd) l’autore individua come si richieda alle società di fare disclosure degli obiettivi e delle strategie net zero e di dare conto su come il business model e la strategia tengano in considerazione gli interessi degli stakeholder e gli impatti sulla sostenibilità, ma evidenzia come «questo linguaggio non sia abbastanza chiaro per ditinguere se la disclosure sui conflitti degli stakeholder nella transizione verde sia rilevante per la proposta di Direttiva». In ogni caso, conclude l’autore, ci sono segnali che gli standard setter di secondo livello considerino questi temi con maggiore attenzione.

La disclosure su questo tema può rivelarsi importante per un paio di ragioni. In primo luogo, spiega Gözlügöl, «aggiunge credibilità ai piani di transizione net zero di quelle società che devono portare a termine una trasformazione importante». Sarebbe un errore di ingenuità pensare infatti che questi piani possano essere portati a termine facilmente senza affrontare gli impatti sociali, anche se la forza lavoro non ha un potere negoziale formalizzato: le strategie di net zero dovrebbero quindi includere il dialogo sociale e l’engagement con la forza lavoro. In secondo luogo, continua l’autore, «se la transizione giusta è desiderabile come un fine per sé (non solo come un mezzo per una rapida transizione), la disclosure può servire da spinta per le società nell’identificare e affrontare in maniera proattiva gli impatti sociali della propria azione climatica». Gli stessi Governi, ricorda l’autore, si stanno muovendo per identificare attivamente, tracciare e affrontare gli impatti sociali della transizione climatica. E il tema è destinato a rientrare smepre più anche tra quelli monitorati dagli investitori istituzionali.

Elena Bonanni

 

 

 

 

 

 

 

 

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