la lezione di davos per il futuro della sostenibilità

La nuova narrativa Esg? La spiega Polman

9 Feb 2026
Editoriali Companies & CSR Commenta Invia ad un amico
L'ex ceo di Unilever ha parlato a un evento di Esg manager a Milano. Il tema della sfida narrativa è centrale, a partire dal mindset interno che va azzerato, per favorire una nuova dimensione. Quella emersa dall'entropia di Davos

«Chiamate la sostenibilità come volete, ma non fermatevi». Pare che questo sia stato il messaggio di Paul Polman, il quasi leggendario ex ceo di Unilever, tra i soggetti più autorevoli della sostenibilità a livello planetario, che ha parlato nei giorni scorsi a un incontro riservato per i 20 anni del Sustainability Makers. L’associazione, ex Csr manager network, aggrega primariamente i responsabili degli Esg aziendali.

L’intervento è stato molto apprezzato, e ha rincuorato il network. Polman ha ben chiaro il momento delicato per la narrativa sostenibile, a cominciare dal termine Esg, ma ha sciorinato dati e riflessioni sul perché i concetti che si rifanno all’acronimo siano oggi più centrali di prima.

IL DUBBIO E LA SFIDA

Eppure, a più di un manager il dubbio è rimasto: come faccio a lavorare se “Esg è morto”? Con quale strategia intervengo nelle riunioni aziendali se “Esg è uno scomodo fantasma”?

Il contrasto è affascinante, al pari di altri fenomeni generatesi attorno agli Esg nell’ultimo decennio: c’è un acronimo che è diventato così politicamente scomodo, da essere considerato “morto” dagli stessi manager che lo portano nella dicitura della propria carica; eppure, i concetti che si rifanno a quell’acronimo, sono più centrali di prima. Per gli investitori, per i consumatori, per le stesse istituzioni (qui merica un richiamo l’articolo Mimit, Libro Bianco con ESG Identity “politica”).

Ecco perché, per chi di lavoro fa  “Esg manager”, la prima sfida è chiara: il primo diabolico incantesimo da sciogliere è quello che sta imprigionando il mindset dei colleghi interni all’azienda.

Come?

La sfida è impegnativa: occorre azzerare tutto ciò che si era costruito, perché aveva impalcature o troppo valoriali o troppo di compliance. Aspetti che appartenevano al mondo di ieri, e che erano “regolati” dal mondo di ieri: sia in termini di norme, sia in termini di comprensione degli interlocutori. Il castello costruito ha richiesto sforzi e lasciato tracce (di disagio) troppo profonde, per essere la base su cui ripartire. Tutto ciò che era ieri, oggi è usato facilmente come elemento “contrario”.

LA NUOVA PROSPETTIVA

Azzerare tutto, per andare dove?

La riflessione sulla nuova narrativa Esg, si è detto più volte, porta a un upgrade strategico della narrativa stessa. Questo perché la proiezione dell’impegno sul futuro, adesso necessariamente sostanziato da una vera integrazione nei piani industriali dell’impresa, rende la narrativa uno strumento costituente dell’identità aziendale. E non semplicemente uno strumento di valorizzazione.

È interessante come gli elementi di questa palingenesi siano emersi in modo evidente nell’ultimo World Economic Forum di Davos. E siano stati colti ed evidenziati proprio da Polman.

Tutti gli osservatori hanno concordato sul fatto che il Wef 2026 abbia segnato una discontinuità, distruggendo i modelli esistenti di cooperazione istituzionale internazionale. Polman, però, ha notato qualcosa di ulteriore: accanto alle stanze in cui i leader nazionali si tiravano i piatti, si sono svolti incontri di organizzazioni e network impegnati sul fronte sostenibile, i quali hanno raggiunto importanti accordi su diversi fronti Esg.

Dunque, la responsabilità sembra essere scesa dalle spalle dei grandi della Terra. Ed essersi spostata necessariamente più in basso. Lo stesso Polman cita il pluriapplaudito discorso del presidente canadese Mark Carney, secondo cui la prospettiva è quella di uno spostamento di responsabilità sui pesi medi della terra.

Ma Polman va oltre. Anzi, va più in giù. La responsabilità è scivolata sugli stati nazionali citati da Carney, ma è poi scivolata ancora più in basso nella piramide. Chiamando in causa i singoli della comunità.

«Coloro che occupano posizioni intermedie – ha scritto Polman -, siano essi nazioni, imprese o cittadini, sottovalutano costantemente il loro potere collettivo. Da soli, ciascuno si sente limitato. Insieme, costituiscono una forza che nessun singolo attore può eguagliare. Questo è l’effetto moltiplicatore della collaborazione, l’unica leva in grado di smuovere i sistemi quando il potere concentrato è in stallo. Il progresso non deriva dal supplicare i potenti, ma dal creare nuove coalizioni così efficaci da rendere irrilevante la resistenza».

In questo nuovo quadro, le imprese non possono sfuggire al proprio ruolo di cittadino portante delle nuove polis.

Ebbene, quali possono essere gli aspetti su cui posizionarsi per legittimare quel ruolo?

Chiamateli come volete, ma sono sempre quelli. E, appunto, non smettete di farli.

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