un report di Goldman Sachs e il ritorno alla old economy
Si torna in fabbrica. Col sciur padrun Esg
In termini finanziari, viene indicato come un cambiamento di preferenze dagli investimenti growth agli investimenti value. Nella pratica, si tratta di una riscoperta del valore degli asset produttivi tangibili: gli impianti, i capannoni, gli attrezzi da lavoro o da trasporto. Insomma, ciò che si può toccare con mano. Un cambio di prospettiva che pare molto coerente con l’evoluzione della consapevolezza Esg, indirizzata al superamento delle dimensioni concettuali e teoriche nelle quali era stata indirizzata da una over-compliance, per riscoprire l’essenzialità della fabbrica del-e-nel territorio. Con la sua potenzialità di creare valore condiviso.
CAMBIO DI PARADIGMA
A certificare quello che appare un paradosso, nell’era del super-plusvalore intangibile dell’intelligenza artificiale, è un interessante report di Goldman Sachs: “The Halo effect: Heavy Assets, Low Obsolescence in the AI era”. Con aziende Halo, la banca d’affari indica le aziende che combinano «un capitale fisico sostanziale (barriere alla replicabilità dovute a costi, normative, tempi di costruzione o complessità ingegneristica) con una rilevanza economica di lunga durata. Ne sono un esempio le reti elettriche, le condutture, i servizi pubblici, le infrastrutture di trasporto, i macchinari critici e la capacità industriale a ciclo lungo».
Ebbene, dopo decenni di sbornia per le aziende cosiddette growth, cioè capaci di garantire importanti margini di crescita su “scommesse” a bassa intensità di capitali (light capital), le cose sembrano essersi capovolte negli ultimi mesi. «Il nostro paniere di titoli capital intensive – scrive Goldman – ha sovraperformato quello capital light del 35% dal 2025, poiché la variabile “asset intensity” è diventata un driver chiave delle valutazioni e dei rendimenti». I due insiemi di aziende (intensive e light capital) oggi viaggiano sugli stessi multipli di mercato «perché gli investitori hanno rivalutato la resilienza e il valore strategico degli asset della real economy».
REAL ECONOMY, CON TAGLIO ESG
Si tratta di un fenomeno ciclico [nota 1]. Ma, in questo frangente, sembrano emergere aspetti molto coerenti con i fattori Esg. In particolare, con il ritorno di interesse verso la “fabbrica” intesa come soggetto trainante del territorio. Le recenti turbolenze socio-politico-economiche hanno evidenziato che gli asset produttivi hanno una rilevanza centrale per la comunità: in termini di controllo e uso dell’energia; di garanzia della filiera; di equilibri lavorativi; di prospettive formative e culturali. In senso più ampio, di generazione di valore condiviso, assai più condivisibile delle moltiplicazioni borsistiche generate dalle applicazioni dell’Ai.
La rilevanza riguarda gli asset, ma anche la loro tutela e la loro integrazione nella comunità. Il concetto è stato espresso in modo quasi sorprendente della strategia industriale 2030 del Mimit [nota 2], nella quale viene indicato, per lo stato “stratega”, l’obiettivo di valorizzare al massimo la connessione culturale e valoriale tra l’impresa e il territorio. E l’ispirazione a investimenti imprenditoriali per il territorio sembra anche essere il nuovo purpose dei grandi patrimoni familiari, orientati alla sostenibilità, intesa nella chiave di crescita armonica delle comunità di origine.
UNO SPIRITO GIÀ NEL TERRITORIO
Questo ritorno alla “fabbrica”, dunque, viene rilevato dagli analisti dei listini, ma ha origine (e si estende) oltre i mercati finanziari.
In un evento organizzato dalla società Smart Capital a Lecco, nei giorni scorsi, è stato presentato l’Osservatorio «Finanza Imprenditoriale per lo Sviluppo delle Piccole Imprese e dei Territori» realizzato dall’università Liuc. La ricerca ha evidenziato i fattori di competitività propri del territorio. Cioè, quei fattori che aiutano la crescita dell’impresa, proprio per il fatto di essere integrata per legami, conoscenze, strutture, con la comunità locale in cui si muove.
Ebbene, al di là dei parametri accademici, le testimonianze hanno sottolineato due concetti curiosi. Il primo è che, a livello territoriale, è oggi diffuso una sorte di allarme verso l’approccio “light”: light capital, light skill, light job. Il secondo concetto è stato un richiamo alle parole della nonna, quando raccontava che «il nonno, quando girava in paese, lo salutavano come “sciur padrun”». Per chi salutava, era un segno di appartenenza e fiducia. Per il nonno, era un impegno ulteriore, era farsi carico di responsabilità, verso la fabbrica del paese, verso chi ci lavorava dentro e verso la casa di chi ci lavorava.
Forse non c’è, oggi, un aneddoto migliore per spiegare cosa significa fare impresa in modo Esg. In termini concreti e reali, insieme al territorio.
[nota 1] – «Il decennio successivo alla crisi finanziaria globale è stato caratterizzato da una combinazione straordinaria di tassi di interesse pari a zero e abbondante liquidità. In tale contesto, la leadership azionaria si è spostata verso titoli growth a lunga durata e modelli di business basati sulla scalabilità piuttosto che sul capitale fisico. Le società tecnologiche e altre industrie a basso impiego di capitale, che hanno anche tratto vantaggio dall’espansione dell’economia digitale e dall’utilizzo degli smartphone, hanno goduto di premi di valutazione persistenti.
[…] Questo equilibrio è stato compromesso dallo shock inflazionistico post-COVID. La combinazione di interruzioni nella catena di approvvigionamento, l’invasione dell’Ucraina e un ripensamento strutturale della globalizzazione hanno determinato un forte aumento del costo del capitale e ripristinato l’importanza della resilienza economica. I sistemi energetici, le catene di approvvigionamento, le infrastrutture e le capacità di sicurezza nazionale non sono più considerati beni secondari, ma sono diventati strategici e scarsi, e il loro prezzo riflette sempre più questa nuova realtà».
Tratto dal report di Goldman Sachs: The Halo effect: Heavy Assets, Low Obsolescence in the AI era.
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nota 2 – «Un punto di partenza importante per ogni politica industriale è quello di un costante lavoro sulle radici sociali dell’impresa e sui concetti di appartenenza e accettazione dell’industria nel tessuto sociale e valoriale del Paese. Un aspetto importante se affrontato sul piano culturale ampio, che va ben oltre i criteri Esg di sostenibilità e responsabilità delle singole imprese, ma che attiene all’immagine pubblica del sistema industriale. La costruzione dell’immagine dell’industria nell’immaginario collettivo è un processo complesso e stratificato in cui si fondono elementi storici, sociali, organizzativi, produttivi, culturali, etico-valoriali, territoriali e ambientali».
Tratto dal Libro Bianco – Strategia industriale “Made in Italy 2030“
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