Il disastro Miteni come monito sui rischi ambientali

Il prezzo del danno “E”? Class action da 2 mld

18 Mag 2026
Editoriali Companies & CSR Commenta Invia ad un amico
Un fondo americano finanzia la causa collettiva promossa dallo studio Delex, alla quale hanno pre-aderito oltre 40mila soggetti. Ci sono investitori pronti a scommettere su casi come quello dell'azienda veneta. Perché il rischio ambientale resta sottovalutato

«Un potenziale valore risarcitorio complessivo pari a 2 miliardi di Euro». La cifra è contenuta nella nota con cui è stata annunciata, qualche giorno fa, la conclusione delle pre-adesioni alla causa collettiva per il disastro ambientale della Miteni, società fallita nel 2018, contro le sue società controllanti (evidentemente, in tempi diversi), ovvero la giapponese Mitsubishi Corp. e la Icig, con sede in Lussemburgo. Si tratta di un importo capace di spostare i conti economici non solo di un progetto, ma anche di aziende con le spalle piuttosto larghe. E che lancia un monito piuttosto chiaro a chi tende a sottovalutare i rischi ambientali. A cominciare, appunto, da quelli legali e reputazionali.

Il risarcimento fa riferimento a fatti piuttosto lontani nel tempo.  Ma, per quanto l’intervallo temporale diluisca l’importo dell’eventuale danno monetario pagato, il caso è davvero significativo. Oltre ai danni monetari, occorre considerare che si parla di class action, e quindi di un’azione che (fino al passaggio attuale) ha già coinvolto oltre 40mila persone. E niente può escludere un aumento di questo esercito pronto a combattere, e a costituire una enorme forza reputazionale.

INVESTITORI IN CAUSE AMBIENTALI

Inoltre, l’ulteriore aspetto significativo riguarda chi guida l’operazione. A promuovere e patrocinare la causa collettiva è lo studio legale Delex, entità guidata dal professor Giorgio Afferni, specializzata in questo ambito di azioni giudiziarie. Però, dietro c’è qualcosa che, per sua natura, ha ambizioni assai più temibili. Ovvero, «un fondo americano – si legge sempre nella nota – specializzato nel finanziamento delle liti per agire nei confronti dei soggetti responsabili dell’inquinamento». In sostanza, c’è qualcuno che ha investito sul fatto che i colpevoli di Mitemi possano essere chiamati a sganciare molto di più di quanto avvenuto sinora nelle cause davanti alla giustizia italiana.  Dove il primo grado della causa penale si è conclusa lo scorso 26 giugno, e la pubblicazione delle motivazioni è arrivata alla fine del 2025. In cinque mesi, si è creata una società per la gestione dell’operazione (la Finanziamento del Contenzioso S.p.A) e si è giunti alle 40mila adesioni.

LE POTENZIALI MITENI SOMMERSE

Ci si chiede se, al giorno d’oggi, possa accadere qualcosa di simile?

È vero che il disastro dell’azienda veneta si è compiuto in anni con coscienza ambientale molto differente da quella affermatasi nell’ultimo decennio. Ma c’è anche un fattore di ignoranza-tecnica: la pericolosità del principale (o più noto) colpevole, i famigerati composti Pfas, è divenuta solo di recente di dominio comune. Negli anni dell’inquinamento, c’è stato senz’altro il dolo (confermato dalle condanne) e quindi una coscienza del danno, ma, in ogni caso, nella comunità attorno i Pfas sono stati a lungo sotto-sconosciuti e sotto-valutati. Questo per dire che non sempre la crescita culturale del sistema può aiutare se le situazioni di crisi non sono percepibili.

Il punto vero, dunque, è quanti simil-Pfas ci sono in circolazione?

Evidentemente, se vengono creati fondi di investimento finalizzati a “cercarli”, deve esserci un mercato.

LE STESSE BANCHE, ANCORA AL BUIO

Ed è significativo, da questo punto di vista, quanto accaduto nelle ultime settimane nel Regno Unito, dove un gruppo di investitori istituzionali ha fatto un passo piuttosto innovativo. Stanchi di bussare, in qualità di azionisti, alle porte della principale banca britannica, la Hsbc, si sono rivolti all’autorità per indagare sui rischi ambientali dell’istituto. La lettera del soggetto capofila, Sarasin & partners, inviata al Financial Reporting Council, evidenzia quanto gli investitori siano preoccupati della sottovalutazione dei pericoli “E” da parte di Hsbc, nonostante gli sforzi della banca di monitorarli e rendicontarli. Un timore così elevato da invitare l’authority contabile del Regno Unito per intervenire e rivalutarli.

Un recentissimo report della Bce, del resto, conferma quanto il sistema bancario inizi a interiorizzare questo genere di rischi (quelli ambientali, più quelli di contesto, dalla biodiversità agli effetti sociali), integrandoli in variazione degli spread sui clienti. Tuttavia, a oggi, limitandosi a variazioni nei costi dei crediti. Non attivando modifiche nei volumi, ovvero, riducendo le esposizioni più critiche.

Il disastro Miteni, insomma, si propone di generare un ulteriore precedente giudiziario. Quello terminato lo scorso anno è stato ritenuto «il più grande processo per inquinamento ambientale della storia europea» ed ha segnato nuovi step per l’Italia. Ora, per chi snobba l’ambiente, la class action suona come il principale “memento solvi”. Ricordati che devi pagare.

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