Francoforte pubblica i primi stress test sul clima

Bce: climate change, non si sfugge al rischio default

ET.Pro
25 Mar 2021
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La Bce nel 1° esercizio sui rischi connessi al climate change ha valutato 4 milioni di aziende e circa 2mila banche con scenari di rischio nell’arco di 30 anni. La possibilità del default si materializza in tutti i casi, ma senza una “transizione ordinata” i costi connessi ai rischi fisici si rivelano più elevati nel lungo periodo

La transizione verso un mondo a basse emissioni di carbonio è il risultato di un lavoro collettivo in cui istituzioni, banche centrali e autorità di controllo giocano un ruolo in prima linea. La conferma arriva anche dalla Banca centrale europea che, la scorsa settimana, ha pubblicato i risultati del primo economy-wide climate stress test in cui ha valutato l’esposizione delle banche dell’area euro ai futuri rischi climatici, analizzando la resilienza delle loro controparti nel contesto di differenti scenari.

Un esercizio, il primo del suo genere, che ha coinvolto circa quattro milioni di aziende in tutto il mondo e 2mila banche (quasi tutte le istituzioni finanziarie monetarie europee) coprendo un arco temporale di 30 anni nel futuro. «Un passo avanti fondamentale nella nostra ricerca di conoscenze sull’impatto dei rischi climatici sulla stabilità economica e finanziaria, fino a oggi scarsamente identificato, quantificato e compreso», si legge nel report diffuso da Francoforte con i risultati dell’esercizio.

Dalla rilevazione della Bce emerge come, in assenza di politiche climatiche immediate, le prospettive per il futuro si rivelino quanto mai grigie. I risultati preliminari degli stress test mostrano infatti che i costi per le aziende aumentano sostanzialmente a fronte di eventi metereologici estremi e, in parallelo, aumenta la probabilità di default. Il cambiamento climatico rappresenta quindi una fonte importante di rischio sistemico, in particolare per le banche con portafogli concentrati in certi settori economici e, ancora più importante, in specifiche aree geografiche (dove si paventa lo scenario “hot house world”).

I risultati mostrano anche i benefici di un’azione anticipata. E questo nonostante i costi che comporta un adeguamento in tempi brevi. Non solo: l’adozione precoce di politiche per guidare la transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio porta anche benefici in termini di investimenti e di diffusione di tecnologie più efficienti. Questi risultati sottolineano la necessità cruciale e urgente di passare a un’economia più verde, non solo per garantire il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ma anche per limitare le i pericoli che si nascondo tra le pieghe delle incertezze climatiche e possono causare danni, di lungo periodo o irreparabili, alle nostre economie, imprese e mezzi di sussistenza.

LA “DOPPIA FACCIA” DEL CLIMATE-RISK

La suddivisione binaria del climate-risk prevede due categorie di rischio: quello fisico e quello di transizione. Nel primo caso si prende in considerazione “l’impatto economico” legato all’incidenza di eventi metereologici avversi (ad esempio, incendi o inondazioni); nel secondo caso si fa riferimento a un’introduzione ritardata o non “equilibrata” di politiche climatiche per la riduzione della CO2. «I rischi di transizione e i rischi fisici sono quindi due facce della stessa medaglia: una maggiore azione politica può aumentare l’impatto dei rischi di transizione, ma allo stesso tempo ridurre i rischi fisici nei decenni successivi».

Il rischio climatico, insomma, sembra assumere la proprietà commutativa delle addizioni: cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. La realtà è ben diversa. La seconda eventualità, infatti, come si vedrà tra poco, porta aziende e prestatori a confrontarsi con gli “effetti avversi” generati da alti costi di adeguamento alla normativa ma, nel lungo periodo, si rivela comunque “il minore dei mali”.

LE COMPONENTI DELLO STRESS TEST

Gli scenari climatici utilizzati dalla Bce combinano rappresentazioni plausibili delle condizioni climatiche future con le stime dell’impatto macroeconomico delle politiche progettate per limitare la portata del climate change. In questa sede, la Bce ha raccolto le informazioni finanziarie e climatiche per milioni di imprese: la loro carbon footprint sarà utilizzata per determinare anche l’impatto potenziale delle politiche verdi. Alla luce di questo confronto viene assegnato un punteggio di rischio fisico prospettico per ogni azienda del campione, abbinando i singoli punteggi all’area geografica in cui banche e imprese operano.

Emerge come per quanto riguarda gli impatti fisici le aziende dell’Europa meridionale sono più suscettibili allo stress da un aumento delle temperature e agli incendi, mentre quelle dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale sono più esposte al rischio di inondazioni.

Sul fronte dei rischi di transizione le aziende che operano in settori ad alta intensità di carbonio si confermano, invece, come le più vulnerabili.

La Bce, infine, ha combinato i dati emersi nel corso dello stress test con le traiettorie aggregate per la transizione e il rischio fisico inserite negli scenari creati dal Network for Greening the Financial System (NGFS) (vedi l’articolo Otto scenari contro il climate risk). In particolare gli scenari utilizzati sono tre: Orderly (azione precoce e ambiziosa per un’economia netta a zero emissioni di CO2) con costi sia fisici sia di transizione relativamente contenuti; Disorderly (Azione tardiva e/o imprevista), che considera l’impatto di un’attuazione ritardata e brusca delle politiche climatiche; e Hot house world (azione limitata con un significativo riscaldamento globale un forte aumento dell’esposizione ai rischi fisici) in questo caso i costi di transizione sono limitati ma quelli fisici estremamente alti di qui a 30 anni.

Emerge chiaramente come la transizione ordinata, sebbene abbia costi di transizione e rischio default molto elevati all’inizio sia lo scenario più efficiente, sia a fronte dell’assenza di politiche di transizione (con prospettive catastrofiche sul fronte dei rischi fisici) sia a fronte di una transizione disordinata, in cui i costi di implementazione delle politiche verdi sono più alti che nella transizione ordinata (ma comunque inferiori nel lungo periodo rispetto allo scenario hot house world).

La Bce specifica come l’esercizio condotto in questa sede differisca da un altro stress test, quello di vigilanza sul clima, già annunciato per il 2022, che invece si baserà sull’autovalutazione delle banche sulla loro esposizione al rischio di cambiamento climatico e sulla loro disponibilità ad affrontarlo. L’attuale stress test sarà comunque finalizzato per il settore bancario entro la metà del 2021 e sarà utilizzato per implementare l’esercizio di vigilanza sul clima che sarà eseguito l’anno prossimo.

Raffaela Ulgheri

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