Viceversa, frenano i titoli Ue esposti alla transizione

L’Ucraina accende i titoli Usa a rischio clima

26 Apr 2022
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Nel periodo del conflitto, le azioni più esposte al clima hanno sovraperformato negli Usa e sottoperformato in Ue. Segno che «la velocità di transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio sembra divergere tra Stati Uniti ed Europa»

La guerra Russia-Ucraina iniziata il 24 febbraio ha avuto effetti contrastanti sulle stock delle aziende più esposte ai rischi climatici. Durante le attività belliche, da un lato le aziende americane più esposte agli oneri da transizione hanno sovraperformato, dall’altro le controparti europee hanno sottoperformato. I motivi possono essere dovuti alle aspettative americane di un rallentamento della transizione sostenibile, e alle opposte aspirazioni europee di maggiore sicurezza energetica, attraverso lo sviluppo di energie rinnovabili e il distaccamento dai combustibili fossili, principalmente russi.

Quattro ricercatori del Swiss Finance Institute hanno sviluppato il paper “Stock Prices and the Russia-Ukraine War: Sanctions, Energy and ESG” in cui studiano le correlazioni tra la guerra e le performance azionarie. Vengono analizzate le performance di 3.500 azioni globali in relazione a diversi fattori, calcolati principalmente attraverso il text mining di conference calls e le documentazioni 10-K, e considerati su tre periodi temporali: il “build-up”, da quando la Nato ha messo in stand-by le sue truppe il 24 gennaio fino al 23 febbraio, l’“outbreak”, tra il 24 febbraio, il giorno dell’invasione, e l’8 marzo, in cui gli Stati Uniti hanno annunciato il ban al petrolio, gas, e carbone russi, e il “continuation” dal 9 al 31 marzo.

Lo studio rileva che in tutte e tre le fasi, specialmente in “build-up” e “continuation”, le aziende con un alto rischio normativo climatico hanno performato meglio negli Usa, suggerendo che «generalmente gli investitori si aspettano un rallentamento della transizione verso un’economia a basse emissioni», mentre le stesse sono rimaste per lo più invariate in Europa, ma nello specifico hanno sottoperformato nella fase dell’”outbreak”. Le performance minori nel vecchio continente indicano «aspettative di maggiori risposte politiche a supporto delle energie rinnovabili che (relativamente alla dipendenza europea da petrolio e gas russi) sono la sola strada per l’Europa di migliorare la propria sicurezza energetica». In breve, i risultati indicano che «la velocità di transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio sembra divergere tra Stati Uniti ed Europa».

La ricerca analizza anche altri aspetti, come la relazione con lo score Esg, l’esposizione al rischio di inflazione, e l’esposizione internazionale di supply chain e canali di vendita. Riguardo le aziende con score Esg più alto o basso i risultati sono misti, a indicare che gli investitori, durante un evento disastroso come una guerra, non sono in grado di valutare gli investimenti basandosi unicamente sui rating Esg. Le aziende che risultano più esposte a rischi di inflazione sottoperformano, soprattutto nell’”outbreak”, e a continuare nel periodo di “continuation”, a confermare il discorso di Christine Lagarde, presidente della Bce, che il 10 marzo aveva affermato in una conferenza che la guerra avrebbe avuto un impatto anche sull’inflazione a causa di «costi di energia e materie prime più alti, dissesto del commercio internazionale, e minore confidenza». Infine, le aziende con maggiori vendite globali hanno performato peggio, suggerendo che gli investitori percepiscono più rischiose le supply chain e i canali di vendita internazionali.

In generale, gli autori credono che questo paper dimostri come le «considerazioni riguardanti la sicurezza energetica si rivelano giocare un ruolo importante per il valore aziendale».

Alessandro Fenili

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