Asset owner, perché no ai green bond?

10 Set 2026
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Il mercato dei Gss bond è cresciuto fino a raggiungere un valore di 4 trilioni di dollari. Ma per gli investitori istituzionali restano ostacoli legati a performance, misurazione dell’impatto, reporting e concentrazione del mercato. È quanto emerge da un’indagine di Investors for Purpose condotta su 5 investitori istituzionali Uk

Dopo quasi venti anni dalla emissione del primo green bond, i dati fotografano un mercato che ha raggiunto una dimensione significativa (si parla di 4 trilioni di dollari includendo i social e sustainability bond) e che viene già utilizzato dagli investitori istituzionali all’interno delle strategie obbligazionarie. Tuttavia, l’adozione da parte di questi ultimi non procede ancora al ritmo atteso. La maggiore diffusione passa però dalla capacità di combinare caratteristiche finanziarie competitive, evidenze misurabili sull’impatto, maggiore qualità del reporting e un’offerta sufficientemente ampia e diversificata.

Questo è quanto emerge dal report Green bonds: opportunities, challenges and future priorities, realizzato da Investors for Purpose in collaborazione con Bnp Paribas Asset Management e pubblicato ad agosto 2026.

L’INTERESSE C’È

La ricerca nasce proprio da questa apparente contraddizione: mentre il mercato si è consolidato, i flussi verso i fondi Gss Bond classificati articolo 9 ai sensi Sfdr negli ultimi anni sono diminuiti. Il report segnala inoltre che un fondo di Bnp Paribas Am domiciliato nel Regno Unito non ha registrato una crescita significativa degli asset in gestione nonostante l’introduzione della label Sustainability Impact prevista dai requisiti di disclosure della Financial Conduct Authority.

Per capire le ragioni di questa dinamica, Investors for Purpose ha intervistato cinque investitori istituzionali britannici, attraverso un questionario strutturato sulle motivazioni e sulle barriere all’investimento in green bond, sugli obiettivi di impatto e transizione e sull’evoluzione del mercato.

Dalle interviste emerge che i green bond vengono generalmente inseriti all’interno di allocazioni obbligazionarie diversificate, contribuendo alla costruzione del portafoglio, alla liquidità e alla gestione del rischio. Alcuni investitori individuano inoltre opportunità nel private debt e nei mercati emergenti, dove la climate finance può combinare rendimento e impatto misurabile.

Tra le motivazioni indicate dagli intervistati, la principale è il rafforzamento della costruzione del portafoglio e della strategia fixed income, citata da tre investitori. Seguono la possibilità di ottenere rendimenti finanziari insieme a un impatto positivo e il sostegno alla transizione verso un’economia low carbon, entrambe indicate da due investitori. Un intervistato ha invece indicato la possibilità di catturare performance di lungo periodo.

LE PRINCIPALI BARRIERE

Il primo aspetto riguarda la performance. Alcuni intervistati esprimono preoccupazioni sul rischio che i green bond possano ridurre i rendimenti, soprattutto nella fase di crescita, quando gli esiti finanziari di lungo periodo per gli iscritti assumono maggiore rilevanza. «Questi asset hanno mostrato una tendenza alla sottoperformance in un mercato altamente competitivo – ha dichiarato un intervistato -. Asset con rendimenti più elevati possono risultare più appropriati, in particolare durante la fase di crescita».

A questo si aggiunge la difficoltà di conciliare il fiduciary duty con gli obiettivi ambientali. Per alcuni investitori, gli investimenti nella transizione possono rappresentare una forma di protezione del valore nel lungo periodo; altri chiedono invece evidenze più chiare dei benefici finanziari diretti.

L’altra grande questione riguarda la capacità di dimostrare l’impatto prodotto. Gli investitori richiedono evidenze sempre più solide sui risultati ottenuti, ma la qualità del reporting varia sensibilmente tra emittenti e gestori. A questo si aggiunge il problema dell’additionality: gli investitori si interrogano sulla capacità dei progetti finanziati di produrre benefici che non si sarebbero verificati comunque.

Il tema si intreccia con quello del greenwashing e della credibilità. Gli investitori chiedono maggiore certezza sull’effettivo utilizzo dei proventi e sulla credibilità e significatività dei risultati ambientali dichiarati. Anche la qualità e l’utilità delle second-party opinions possono variare, mentre audit e reporting più solidi sono indicati come elementi essenziali per rafforzare la fiducia degli investitori.

Ci sono poi limiti legati alla natura stessa dell’investimento obbligazionario. Gli obbligazionisti, a differenza degli azionisti, non hanno diritti di voto e dispongono quindi di minori opportunità di engagement. Anche gli investimenti sul mercato secondario e gli orizzonti di detenzione più brevi possono limitare il confronto diretto con gli emittenti.

Infine, emergono vincoli legati alla struttura del mercato. La distribuzione dei green bond resta non uniforme tra settori, regioni ed emittenti. Secondo gli intervistati, l’universo disponibile resta relativamente ristretto, rendendo più complessa la costruzione di portafogli adeguatamente diversificati senza generare concentrazioni indesiderate in determinati settori, Paesi o profili di rischio.

Il report evidenzia tuttavia un mercato già articolato. Nell’universo Gss bond considerato, il 44% è rappresentato da emittenti quasi-sovrani, il 19% da finanziari, il 16% da sovrani, il 10% da utility e l’11% da industriali.

QUATTRO RACCOMANDAZIONI PER AMPLIARE L’ADOZIONE

Gli investitori intervistati guardano con ottimismo allo sviluppo di lungo periodo del mercato e individuano quattro raccomandazioni per sostenerne una maggiore diffusione.

La prima riguarda un reporting più coerente e comparabile, sia a livello di emittente sia di portafoglio del gestore. Le informazioni dovrebbero coprire lo use of proceeds, l’impatto prodotto e le eventuali conseguenze indesiderate. Gli intervistati chiedono inoltre che il reporting possa andare oltre le emissioni, includendo elementi come resilienza o i benefici per le comunità, evitando oneri informativi non necessari.

La seconda è l’ampliamento del mercato. Gli asset owner rilevano una carenza di offerta in termini di settori, aree geografiche e qualità del credito. Un’emissione più ampia e diversificata potrebbe favorire una maggiore integrazione dei green bond nelle strategie fixed income tradizionali, anche nel credito globale, nell’high yield e nella transition finance.

La terza riguarda la necessità di disporre di evidenze più solide sulla capacità dei green bond di offrire performance finanziarie competitive insieme a risultati ambientali misurabili, accompagnate da una comunicazione accessibile e da esempi pratici.

Infine, gli intervistati indicano la necessità di un quadro regolamentare che supporti gli investimenti di transizione di lungo periodo, attraverso politiche coordinate e framework considerati stabili e credibili.

Noemi Primini

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