studio di The British Standards Institution

Net Zero, 3 aziende su 5 cambiano narrativa

29 Apr 2026
Notizie Companies & CSR Commenta Invia ad un amico
La maggior parte delle aziende sta riformulando la propria comunicazione sulle azioni per raggiungere il Net zero, ponendo l’accento sulla resilienza e sulla mitigazione dei rischi, in risposta allo scetticismo climatico diffuso nella politica. Si tratta del “climate-coding” per favorire comprensione e coinvolgimento

La maggior parte delle aziende mantiene l’impegno Net Zero, ma sta riformulando la propria comunicazione, ponendo l’accento sulla resilienza e sulla mitigazione dei rischi, in risposta allo scetticismo climatico diffuso nella politica. L’Italia è allineata a questo trend che segnala un nuovo approccio alla narrativa di sostenibilità. Lo rileva lo studio “G7 Net Zero Temperature Check” condotto nel febbraio 2026 da Censuswide per conto di The British Standards Institution (Bsi), società britannica di normazione e certificazione senza scopo di lucro (Royal Charter Company). Il tema, che sta assumendo sempre più rilevanza per l’integrazione strategica degli Esg nella nuova fase geo-politica, sarà anche il tema portante della prossima edizione di ESG Business Conference (17 giugno a Milano, www.esgbusiness.it)

Nello studio, riportato nella Rassegna stampa aumentata ESG/466, sono stati intervistati oltre 7mila leader aziendali del G7: Regno Unito, negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Italia, Canada e Giappone. Con l’aumento dell’instabilità geopolitica e la crisi petrolifera che accresce l’attenzione sulla sicurezza energetica e sulla transizione alle energie rinnovabili, l’indagine rileva che tre leader aziendali su quattro (74%) ritengono che i rischi economici della mancata transizione siano superiori a quelli della transizione stessa. «Questo – si legge nello studio –  fa parte di una tendenza più ampia delle imprese a “codificare il clima”: riformulare il net zero in termini di resilienza, gestione del rischio e continuità operativa, invece di guardare esclusivamente all’impatto ambientale».

I risultati complessivi indicano che l’83% degli intervistati ha dichiarato di impegnarsi a raggiungere l’obiettivo Net zero entro la scadenza nazionale a prescindere dall’incertezza politica: il 78% perché è vantaggioso per il business e il 76% per le aspettative dei clienti. Inoltre, il trend è in crescita: il 69% del campione ha detto che le proprie aziende hanno aumentato il livello di impegno negli ultimi 12 mesi, rispetto a solo il 4% che ha segnalato una diminuzione, e il 38% si è detto fiducioso di incrementare gli investimenti in questo ambito nei prossimi 12 mesi. Il 79% degli intervistati ritiene che il Net zero tornerà a essere una priorità politica nel prossimo decennio.

IN ITALIA, ALTA PREOCCUPAZIONE MA BASSA PIANIFICAZIONE

Secondo l’indagine, le imprese italiane esprimono preoccupazione e «sono consapevoli della necessità di misure di adattamento climatico e di resilienza», nella convinzione che i benefici supereranno i costi. In particolare, l’81% dei leader italiani interpellati, ha espresso preoccupazione per i costi futuri e per la capacità di tenuta del proprio business qualora non si preparasse al cambiamento climatico, mentre il 77% ha affermato che i costi della transizione sono più che compensati dai benefici a lungo termine. Analoghe percentuali pongono l’accento sui rischi di continuità della supply chain e sulla resilienza, anche se i leader italiani sembrano su questo fronte meno preoccupati dei colleghi internazionali. L’analisi indica infatti che il 71% dei leader italiani «concorda che il cambiamento climatico potrebbe interrompere la propria supply chain», ma precisa anche che si tratta della «percentuale più bassa a livello globale». In ogni caso, c’è consapevolezza diffusa (tre su quattro manager) che i propri sforzi per il net zero sono importanti per la resilienza futura.

«Nonostante ciò – precisa l’analisi di Bsi –, solo la metà (51%) ha effettuato una pianificazione di adattamento ai cambiamenti climatici e la stessa percentuale (51%) ha investito nell’approvvigionamento di energia rinnovabile (dato più basso a livello globale)». A pesare è l’incertezza politica e geopolitica (per il 79% dei manager rende difficile investire con fiducia) e la «polarizzazione del dibattito è percepita come una distrazione poco costruttiva», sebbene il 78% preveda che il net zero tornerà a essere una priorità politica nel prossimo decennio, anche se oggi non lo è per tutte le forze politiche.

Complessivamente, l’81% dei business leader italiani si dichiara impegnato a raggiungere il net zero entro quanto stabilito dal target nazionale, e il 77% afferma che è importante mantenere lo slancio. Oltre tre quarti (77%) sostengono che, anche se gli obiettivi fossero difficili da raggiungere, la decarbonizzazione dovrebbe comunque essere una priorità. «Tuttavia – rimarca lo studio –  i dati mostrano un certo cambio di prospettiva: un terzo delle imprese italiane (33%) ha rivisto i propri obiettivi. Questo cambiamento riflette l’adattamento delle aziende alle realtà di mercato, regolando il modo in cui perseguono gli impegni net zero piuttosto che abbandonarli».

IL CAMBIO DI NARRATIVA

In questo scenario «i leader aziendali del G7 non rinunciano all’azione, ma stanno piuttosto rivedendo la narrativa relativa al net zero». In Italia, spiega lo studio, «il 62% indica di aver modificato il modo in cui la propria azienda promuove o comunica le iniziative legate al net zero, in risposta allo scetticismo climatico sui media o nel dibattito politico degli ultimi 12 mesi». Il dato è in linea con il trend emerso negli altri Paesi (61% in media). Questa pratica viene definita come “climate-coding”, uno strumento di comunicazione volto a favorire la comprensione, il coinvolgimento e l’adesione alle iniziative di “net zero” e di sostenibilità.

 

«Nell’ultimo anno – si legge nello studio – abbiamo assistito a un numero crescente di aziende che hanno modificato il modo in cui descrivono le proprie attività relative all’obiettivo “net zero” e alla sostenibilità in senso più ampio». A differenza del “greenwashing” (la promozione di affermazioni fuorvianti ed esagerate in materia di sostenibilità) o del “greenhushing” (la sottostima intenzionale delle iniziative per evitare un esame approfondito), «il fatto di ridefinire il quadro di riferimento delle attività relative all’obiettivo “net zero” e alla sostenibilità non è una pratica negativa. Si tratta piuttosto di una decisione proattiva da parte delle aziende di mettere in evidenza i benefici delle attività di sostenibilità in un contesto aziendale più ampio, ad esempio in relazione ad aree quali la costruzione della resilienza, la promozione dell’efficienza e dell’innovazione o la gestione del rischio, piuttosto che concentrarsi esclusivamente sull’impatto ambientale».

Inoltre, il 62% di imprese che fa ricorso al climate-coding, rappresenta, fa notare l’analisi, «una percentuale molto più alta rispetto al 28% che ha riferito di aver modificato i propri piani a seguito dei cambiamenti nel sostegno politico».Le decisioni vengono infatti influenzate da molteplici fattori e non unicamente dal contesto politico: il 75% indica che continuerà a perseguire il net zero indipendentemente dall’incertezza politica perché è positivo per il business, mentre il 76% afferma che, a prescindere dalla politica, è guidato dalle aspettative di clienti e committenti.

Elena Bonanni

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