si sposta in America la concorrenza sleale su ambiente e social

Dumping Esg delle banche Usa. Altro che made-in-China

22 Giu 2026
Editoriali Companies & CSR Commenta Invia ad un amico
Gli istituti di credito americani trainano i finanziamenti al fossil fuel, ed evidenziano una divaricazione rispetto alle banche europee, capaci di ridurre i crediti all'oil. Ma non è solo una questione di banche. Il dumping Esg riguarda anche le industrie Usa

C’è un nuovo “climate dumping” nel mondo. Un aspetto con forti connotazioni politiche per l’Europa, che sposta il fronte da Est a Ovest, amplificando gli interrogativi sul futuro della sostenibilità planetaria. Questo dumping è emerso nel rapporto Banking on Climate Chaos 2026, diffuso nei giorni scorsi, e realizzato da un gruppo di organizzazioni non governative molto agguerrite contro gli istituti di credito. Dal rapporto emerge, in senso generale, una chiara accelerazione dei finanziamenti bancari all’oil & gas nel 2025. Ma, appunto, emerge una nuova forma di dumping, cioè di business che poggia la propria competitività su pratiche sleali, cioè contro le norme o, come in questo caso, contro il bene comune. Ciò che emerge dal report in questione è che la corsa ai finanziamenti ai fossil fuel ha i colori precisi delle banche americane.

PETRO-CREDITI A STELLE E STRISCE

La connotazione Usa della spinta al crediti petroliferi è chiara: guardando a pagina 10 del rapporto, le banche sono ordinate per ammontare totale di finanziamenti all’oil nel periodo 2021-2025. Ebbene, nelle prime 11, gli istituti americani sono sei; nelle prime 19, sono 9. Soprattutto, nessuna di queste banche ha fatto un passo indietro nel 2025. Tutte hanno aumentato i propri finanziamenti al settore del fossil fuel. Questo muoversi all’unisono è rilevabile solo nelle banche giapponesi (ma con soli 3 istituti), e in nessuna altra area del mondo.

La prima della classifica, Jp Morgan Chase, ha incrementato addirittura in doppia cifra (+12,5%).

L’EFFETTO TRUMP E LE GUERRE

Questi trend poggiano su un’entropia geopolitica che ha truccato le carte. Negli Usa, è palese il favore dell’amministrazione di Donald Trump verso il business dell’oil. E questo ha rappresentato la miglior benedizione al business petrolifero. Va però rilevato che la tendenza delle banche Usa è iniziata prima di Trump (vedi pag. 17 del rapporto). E va anche rilevato che istituti contrarian come Jp Morgan, il quale si vanta di essere politicamente “contrapposto” alla Casa Bianca, non hanno mollato l’osso. Anzi.

C’è dunque qualcosa di più strutturale. Infatti, i conflitti hanno ridisegnato gli equilibri degli approvigionamenti, specialmente in Europa, dove l’establishment ha spinto per finanziare il gas naturale sostitutivo di quello russo. Negli Usa, questo ha altresì generato la corsa allo sviluppo di strutture in grado di soddisfare la nuova domanda europea e mondiale, con terminal di ogni tipologia pronti a imbarcare Lng a peso d’oro verso il Vecchio continente. Questa babilonia di impianti, promettenti guadagni–facili, ha raccolto fiumi di nuovi finanziamenti.

C’È CHI DICE NO

Di fronte a tale bengodi petro-bancario, tuttavia, non tutti hanno ceduto. E qui c’è la parte più positiva del report Banking on Climate Chaos: guardando la lista delle 65 banche, ci sono 26 istituti di credito che hanno ridotto il proprio sostegno finanziario al settore oil & gas. E di queste, 14 sono banche europee.

È l’Europa, dunque, a scommettere su una nuova strada per fare banca. Con casi come La Banque Postale che ha ridotto del 100% i finanziamenti (cioè, non eroga più un euro all’oil), La Caixa (-34%), Commerzbank (-40%), Ubs (-36%) e Bnp Paribas (-27%)

Anche le italiane hanno frenato. Intesa Sanpaolo, nonostante il governo italiano non stia certo rallentando la spinta verso il gas americano, è comunque riuscita a colorare di verde (cioè, ridurre) i finanziamenti a oil & gas nel 2025, tagliati dello 0,6 per cento. Meglio ha fatto Unicredit per cui il calo è stato del 18,5 per cento.

IL PESO ECONOMICO

È evidente che le scelte, nel breve medio periodo, aiutano i conti delle banche Usa, così come penalizzano quelli delle banche europee. E di questo c’è consapevolezza. Lo aveva spiegato molto bene Marco Lattuada Head of Corporate & Institutional Banking di BNP Paribas in Italia, al salone.SRI del 2023, quando, con un certo coraggio, spiegò che diventare una “banca del no”, verso alcuni settori,  comportava necessariamente dei costi per l’istituto, ovvero significava perdere business.

C’è dunque consapevolezza, nel mondo del credito europeo, di aver imboccato la strada meno comoda.

IL PESO POLITICO

La divergenza, dunque, non è casuale, cioè legata a differenze contingenti di strategie. Ma è strutturale. E lascia prevedere conseguenze sul piano politico non destinate ad appianarsi nel breve termine. Anzi, semmai destinate ad amplificarsi e diventare oggetto di confronto (scontro?) nel futuro.

Un fronte di confronto è interno all’Europa. Non più tardi di dieci giorni fa, l’Eba ha inserito ufficialmente i rischi climatici negli stress test bancari del 2027. La testardaggine con cui gli organi tecnici europei (Eba, Bce, ma anche Platform, Efrag e così via) stanno facendo resilienza sui temi della sostenibilità, appare quasi eroica di fronte all’approccio dell’esecutivo continentale di acquiescenza verso le lobby industriali demolitrici e i ricatti americani. Queste frizioni non sono destinate ad ammorbidirsi.

L’altro fronte dello scontro è la geopolitica mondiale. Negli ultimi 30 anni, il modello culturale occidentale ha continuato ad alimentare l’idea per cui l’Est del mondo (la Cina) era il male sociale e ambientale del pianeta. Alla base di tale convinzione, il fatto di un Paese che utilizzava vantaggi impropri (sul lavoro o sulle regole ambientali) per essere più competitivo nell’export mondiale.

Quello che si profila oggi è un ribaltamento di quello scenario. Non è così impensabile che la Cina, pur nelle contraddizioni di quello sterminato Paese, prepari un sorpasso green dell’Occidente, se non addirittura un sorpasso Esg (vedi articolo “Perché gli Esg parlano di Confucio”).

Per contro, l’arma del dumping si è trasferita oltre Atlantico. Le banche denunciate nel rapporto Banking on Climate Chaos rappresentano solo una parte del fenomeno. Perché è un intero sistema industriale che si è indirizzato sulla medesima strada. Un sistema che si è opposto alle regole climatiche interne negli Usa (vedi l’articolo Clima, è ufficiale: la Sec chiede no-disclosure), e ha di fatto ottenuto di non seguire nemmeno quelle europee (vedi l’articolo Csrd, Omnibus taglia 88% società extra-Ue).

Chissà, forse, in futuro, leggere “made in Usa” su un prodotto provocherà le stesse sensazioni associate alla vituperata etichetta  “made in China”.

Nel frattempo, però, sembra che da quella parte dell’Oceano siano intenzionati a fare affari d’oro, lasciando il conto da pagare al resto del pianeta.

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